Sottoprodotti del latte per un abbigliamento sostenibile

di Giovanni Ballarini

Una popolazione in crescita, un miglioramento del tenore di vita, una continua tendenza verso i beni usa e getta, un’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi sta provocando un esaurimento delle materie prime non rinnovabili e problemi nella produzione di fibre naturali. La produzione globale annua di fibre nel 2017 è stata di oltre 105 milioni di tonnellate delle quali poliestere e cotone costituiscono il 76% del totale con una produzione di circa 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 e il rilascio incontrollato di microfibre che rappresentando oltre un terzo di tutta la plastica che raggiunge l’Oceano, con effetti pervasivi in tutti gli ecosistemi e potenzialmente più dannosi per i processi biogeochimici, le specie viventi e la salute umana rispetto ad altri rifiuti di plastica.
Con il consumo di abbigliamento destinato a salire entro il 2030 dagli attuali 62 milioni di tonnellate a 102 milioni di tonnellate evidente è una crisi ecologica e ambientale con la necessità di garantire nuovi approcci sostenibili per l’industria dell’abbigliamento. Considerando il futuro della produzione tessile di recente è stata valutata la produzione di tessili da sottoprodotti dell’industria lattiero-casearia, in un contesto delle fibre rigenerate in particolare delle fibre proteiche rigenerate. Il principale sottoprodotto della produzione di formaggio è il siero di latte che contiene caseina che ha già diverse utilizzazioni industriali e che può anche essere usata per la produzione di filati e tessuti (Marie Stenton, Joseph A. Houghton, Veronika Kapsali, Richard S. Blackburn – The Potential for Regenerated Protein Fibres within a Circular Economy: Lessons from the Past Can Inform Sustainable Innovation in the Textiles Industry -Sustainability, 13, 2328, 2021).
Nel passato l’Italia è stata leader nelle fibre proteiche rigenerate soprattutto negli anni dell’Autarchia quando Antonio Carlo Ferretti dalla caseina produce la fibra Lanital (Merinova) adottata per rappresentare l’indipendenza e la superiorità del paese nel mondo tessile. In questo periodo l’Italia è pervasa dal movimento futurista e chiede a tutte le aree delle arti di ignorare il vecchio e concentrarsi su nuove ed eccitanti innovazioni. La moda s’interessa a capi di abbigliamento nuovi e innovativi realizzati con materiali non convenzionali e nel 1935 l’azienda che produce la fibra di latte Lanital la promuove su un mercato globale, con brevetti depositati in più paesi, compresi gli Stati Uniti, dove Lanital è prodotto con il nome di Aralac che ha anche una breve popolarità nel mercato della moda di fascia alta. Nel 1970 una fibra mista latte/acrilico Chinon è prodotta in Giappone per sfruttare la morbidezza e la lucentezza della proteina aggiungendo la forza e la durata di una resina sintetica. Odiernamente la commercializzazione di tessuti e abbigliamento naturali (o verdi), eco-compatibili e sostenibili è aumentata e nel 2010 la società tedesca QMILK sviluppa il processo per produrre una fibra tessile organica di qualità dai rifiuti del latte.
Le attuali tendenze verso un’economia sostenibile e di provenienza locale offrono un’interessante opportunità per le fibre biosostenibili come quelle ricavate dalla caseina, biodegradabili e provenienti da materie prime naturali e rinnovabili che utilizzano metodi verdi e sostenibili. Creare nuovi prodotti dai sottoprodotti non è un concetto nuovo e la sostenibilità in tutta la produzione di fibre dovrà essere una priorità, utilizzando temi dell’economia circolare e considerando l’impatto ambientale e di sostenibilità di tutto, dalle materie prime, ai prodotti chimici, all’uso di energia e acqua e alla fine del ciclo di vita di queste fibre. Occorre però prestare attenzione quando si considera la disponibilità delle materie prime proteiche per i prodotti tessili, il che è particolarmente importante quando i sottoprodotti, in questo caso provenienti dalla produzione di latte, potrebbero potenzialmente essere rivalutati nell’industria alimentare. Ciò pone questioni ambientali, sociali ed economiche che devono essere analizzate in profondità per determinare se le migliori vie di valorizzazione, al fine di trovare un equilibrio tra valorizzazione per l’alimentazione umana o valorizzarsi per ridurre l’impatto ambientale dell’abbigliamento. Può darsi che le applicazioni di abbigliamento non offrano attualmente il miglior valore economico per l’utilizzo dei rifiuti di latte rispetto ai prodotti alimentari esistenti (mangimi per animali, prodotti nutrizionali), tuttavia le proprietà uniche delle fibre di caseina potrebbero potenzialmente consentirne l’uso in applicazioni tessili di alto valore e non di abbigliamento, come i tessuti medici, il che modifica significativamente la proposta di valore.

Fonte: Georgofili