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Come cresce in Italia la richiesta di latticini

Il 71% degli acquirenti è influenzato da sostenibilità, bio e certificazioni. E 2 italiani su 3 chiedono latte prodotto nella Penisola.
Alle Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona il punto sul mercato e le nuove frontiere del digitale in allevamento.

Il ritratto di una filiera che ragiona sempre più guardando al nuovo paradigma di economia circolare

Le vecchie "nicchie" di mercato crescono, e il 71% di chi acquista alimenti lattiero-caseari tiene in considerazione il livello di attenzione dei produttori al mix di variabili che garantiscono sostenibilità ambientale, benessere animale o produzione biologica. E due italiani su tre dichiarano di volere latte italiano, sempre meno attratti dal prodotto generico e sempre più propensi ad acquisti più selettivi anche se a prezzo maggiore. È il quadro tracciato nel terzo giorno di Fiere Zootecniche Internazionali dagli operatori del settore, riuniti a CremonaFiere per discutere del presente e del futuro della produzione e della trasformazione del latte. Attorno allo stesso tavolo si sono seduti, fra gli altri Giorgio Giraffa del CREA – Centro di Ricerca Zootecnia e Acquacoltura, Roberto Pretolani dell'Università degli Studi di Milano – Dipartimento Scienze Politiche e Ambientali, Germano Mucchetti dell'Università di Parma – Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco, Antonio Auricchio di Assolatte e Giorgio Baldini, responsabile latte e latticini di Esselunga. Nella GDO si evidenziano in particolare le buone performance dei prodotti "free from", dei biologici e dei certificati (dai prodotti di "bandiera" a quelli che garantiscono il benessere animale). In particolare piacciono i formaggi e yogurt biologici, ambito nel quale i produttori stanno infatti trovando interessanti occasioni di redditività. Crescono dunque i segmenti merceologici in cui traspare un chiaro il messaggio nutrizionale sul prodotto.

SENSORISTICA DIGITALE PER AUMENTARE LA PRODUZIONE DI LATTE
Tanti gli appuntamenti delle Fiere Zootecniche dedicati alle nuove tecnologie in allevamento. Fra questi quello incentrato sul miglioramento dell'efficienza riproduttiva, nel quale è intervenuta Francesca Petrera del CREA parlando di sensoristica per il rilevamento dei calori come una delle strade più efficaci per l'ottimizzazione della produzione di latte: «Nell'allevamento bovino – ha spiegato – l'efficienza riproduttiva è il riferimento più importante nel definire l'efficienze economica. L'applicazione di sensori in grado di riconoscere in automatico i calori attraverso parametri come l'aumento dell'attività motoria, lo scavalcamento e l'analisi in automatico del progesterone nel latte, costituiscono un importante aiuto soprattutto negli allevamenti del nord Italia, dove il numero di capi è di molto aumentato, le produzioni di latte sono sempre maggiori e il rapporto fra operatori e numero di vacche è molto elevato. Una situazione che rende evidentemente difficile il rilevamento dei calori attraverso il metodo visivo». La sensoristica assicura tassi di rilevamento dei calori più elevato, riconoscimento del momento ottimale per l'esecuzione della fecondazione artificiale e il quindi miglioramento del tasso di concepimento e gravidanza, indice che meglio riassume il ritorno economico per l'allevatore.

A FABIO CURTO CON LA SUA STALLA HI-TECH IL PREMIO BALESTRERI. E proprio a un giovane allevatore trevigiano che con le nuove tecnologie ha rivoluzionato l'azienda di famiglia - Fabio Curto dell'Azienda Agricola Ponte Vecchio di Vidor (TV) – è andato il premio Balestreri, riconoscimento che ogni anno viene assegnato tramite ANGA – Associazione Nazionale Giovani Agricoltori e CremonaFiere a un allevatore della nuova generazione distintosi per particolari meriti. Il premio ricorda Mino Balestreri, allevatore cremonese scomparso a soli 24 anni nel 1998. Curto ha creato una stalla hi-tech costata 500mila euro, 200mila dei quali finanziati dal PSR del Veneto. Il cuore del sistema è il Vector, una sorta di grande ciotola smart e che permette la distribuzione automatica del mangime controllando al tempo stesso che le mangiatoie non siano vuote.

ECONOMIA CIRCOLARE: SI CERCANO SGRAVI. L'idea l'ha lanciata Giuseppe Pulina, docente dell'Università di Sassari, intervenuto nel corso del convegno "Economia circolare: un approccio strategico per il comparto mangimistico". Fra i comparti che possono guardare con ottime prospettive a un nuovo modello di riutilizzo degli scarti infatti c'è proprio l'agroalimentare, un settore che – rispetto ad altri – dimostra di avere in molti casi anticipato i tempi. «E' proprio l'agricoltura – spiega infatti Pulina – il modello di industria ecologica che già ora progetta il suo materiale per il riciclo. Nel caso della mangimistica è evidente che i sottoprodotti e i coprodotti dell'industria agroalimentare devono entrare nel sistema di materie prime utilizzate nell'alimentazione animale con due risultati: l'ottenimento di prodotti e coprodotti italiani buoni e garantiti, e la conseguente riduzione di esportazione di materie prime dall'estero. Defiscalizzare tutto ciò che riguarda l'economia circolare renderebbe questo modello più appetibile sia per gli imprenditori che per i consumatori».

Luca Muchetti
Ufficio Comunicazione