Aree marine protette: l’asso nella manica del Mediterraneo

Da Slow Fish 2015 una piacevole sorpresa per mare, pesca e pescatori.

Partiamo da un dato fondamentale: le aree marine protette producono molto di più delle aree di pesca normali. Più precisamente il rapporto è di 5 a 1, con un vertiginoso aumento non solo nella quantità, ma anche nella varietà del pescato e nella sostenibilità ambientale. È questa una delle sorprese più significative emerse in questi giorni a Slow Fish, la manifestazione organizzata da Slow Food e Regione Liguria in collaborazione con il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, al Porto Antico di Genova fino a domenica 17 maggio. Altro che costo per la collettività e vincolo per i residenti: la tendenza positiva è confermata dagli ultimi rapporti del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e Unioncamere e dai primi risultati del progetto FishMPABlue curato da Federparchi. A fronte di una generale riduzione di finanziamenti pubblici tra il 2011 e il 2013, il valore aggiunto prodotto all'interno delle aree protette è diminuito dello 0,6%, mentre nel resto dell'Italia la variazione negativa è stata tre volte superiore (-1,8%).

L’economia del mare si compone di quasi 180.000 imprese, con una incidenza sul panorama economico nazionale del 3%. Quasi il 29% di queste aziende si concentra nelle aree marine protette, dove ci piace evidenziare che il loro peso rispetto al quadro totale raggiunge invece l’8%. Tutti gli studi concordano infatti nell'indicare che per rendere più sostenibile la pesca sia dal punto di vista ambientale ed ecologico che economico e sociale, la condizione necessaria sia una più alta qualità dell'ambiente marino. Un requisito che ci obbliga a ripensare le aree protette, i santuari e i parchi sommersi immaginando nuove strutture amministrative e nuove regole di gestione.

Fortunatamente la soluzione è a portata di mano: i progetti di Federparchi hanno infatti evidenziato come ovunque si siano sviluppati modelli di cogestione e di partecipazione responsabile da parte delle comunità di pescatori artigianali, come nei casi che vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane in Galizia e a Torre Guaceto, in cui si è innescato un circolo virtuoso dai risultati molto interessanti sotto diversi punti di vista. A migliorare sono state innanzitutto le condizioni dei pescatori, che hanno potuto dire la loro sulla gestione del mare da cui dipendono da generazioni.

Ne ha immediatamente tratto beneficio l'intero ecosistema, amministrato in modo più saggio e sostenibile, seguendo il concetto elementare per cui le risorse naturali non si possono pensare secondo le logiche economiche tradizionali: esiste un limite portante, oltre il quale la produzione non solo non crea più ricchezza, ma danni spesso irreversibili.

Le prime iniziative pilota nel nostro paese stanno dando risultati incredibilmente positivi, soprattutto nelle realtà isolane dove la crisi aveva colpito più duramente. Basti pensare a casi come l’Area Marina Protetta delle Isole Tremiti, le cui 59 imprese costituiscono quasi il 60% di tutto il tessuto imprenditoriale dell’area.
Abbiamo invitato a Slow Fish pescatori e biologi da ogni parte del mondo, e in questi giorni abbiamo ricevuto da loro innumerevoli conferme a questo teorema: tutelare i pescatori significa tutelare le Aree Marine Protette, coinvolgendoli e fidandoci di loro, coordinandoli con la ricerca e le università, facilitando il loro rapporto con il mercato e con i consumatori.

I pescatori hanno provato a insegnarci ciò che hanno imparato collaborando tra di loro nel rispetto del mare: vale a dire che non possiamo considerare l'acqua, nessuna acqua, come un bene acquistabile, vendibile, sfruttabile, da spartirsi secondo logiche di competizione spesso scorrette e prive di scrupoli, ma come un tesoro troppo prezioso per non essere pensato e trattato come una risorsa comune, come se fosse l'aria.

Noi ci fidiamo di loro e crediamo in questo progetto. Ricordando sempre quello che ci ha detto un anziano pescatore galiziano: «O costruiamo un futuro in cui tutti stiamo a galla insieme, o uno in cui solo i più opportunisti possono sopravvivere. A chi vogliamo che appartenga il mondo dei nostri figli?»

Fonti:
Federparchi
Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

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