Anche il “Pomodorino del piennolo del Vesuvio” in attesa della Dop

Rush finale per la "conquista" della Dop (Denominazione di origine protetta) per una delle tipicità più note e ricercate della Campania: il "Pomodorino del piennolo del Vesuvio". Il governo italiano ha, infatti, dato parere favorevole al riconoscimento ed ora si attende la decisione finale da parte dell’Unione europea. Ad annunciarlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale ricorda che questo particolare prodotto è coltivato su piccoli appezzamenti, tra i 150 e i 450 metri sul livello del mare, nell’area del Parco nazionale del Vesuvio.
Detto piennolo, oppure spongillo, per via della tradizionale tecnica di appenderli uniti a grandi grappoli per conservarli fino all’inverno, il pomodorino del Vesuvio -evidenzia la Cia- cresce sui terreni più impervi delle pendici vesuviane. Le coltivazioni migliori sono anche in punti più difficili da raggiungere, dove le colate laviche stratificate nei secoli si sono trasformate in terreni scuri, sabbiosi ma fertili, ricchi di potassio e calcio, ideali per questo prodotto. Ed è per tale ragione che anche in zone a rischio eruttivo i contadini continuano a ritornare, tenaci, con i loro semi selezionati negli anni dalle piantine più belle. Il vulcano regala loro anche il colore: secondo gli anziani, le radici dei pomodorini si nutrono della lava stessa del Vesuvio.
La zona di produzione e confezionamento del «Pomodorino del piennolo del Vesuvio» – rileva la Cia- comprende numerosi comuni della provincia di Napoli, tra i quali Boscoreale, Boscotrecase, Ercolano, Ottaviano, Portici, Sant'Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase.
Il pomodorino, conservato al piennolo, rappresenta una delle produzioni più antiche e tipiche dell'area vesuviana. Le prime testimonianze documentate, e tecnicamente dettagliate, sulla presenza e sull'uso del pomodorino nel comprensorio vesuviano risalgono a pubblicazioni della fine del 1800 e dell’inizio del 1900.
Nei secoli scorsi la coltivazione di questo tipo di pomodoro -sottolinea la Cia- si era affermata sia per le ridotte esigenze colturali che per l'idoneità alla lunga conservazione nei mesi invernali, in virtù della consistenza della buccia, della forza d’attaccatura al peduncolo e dell'alto contenuto in solidi solubili. L'antica diffusione di questa tipologia di pomodoro conservato era, infatti, legata alla necessità di dover disporre nei mesi invernali di pomodoro allo stato fresco per poter adeguatamente guarnire le preparazioni domestiche da sempre molto diffuse nel napoletano, fra cui pizze e primi piatti, che richiedevano intensità di gusto e di fragranze.