Anno 2023, nel mondo c’è una rivoluzione in corso: è quella scoppiata in Iran

Rivoluzione è cambiamento radicale e non qualche concessione strappata al regime che si combatte. Tanto più quando il regime in questione è quello teocratico-militare iraniano

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

C’è una rivoluzione in corso nel mondo. È la rivoluzione iraniana. Una rivoluzione è molto più di una rivolta, di una protesta per quanto sempre più estesa (oltre 161 città coinvolte). Rivoluzione è consapevolezza di sé, è chiarezza degli obiettivi che s’intendono perseguire. Rivoluzione è cambiamento radicale e non qualche concessione strappata al regime che si combatte. Tanto più quando il regime in questione, quello teocratico-militare iraniano, risponde alle richieste dei manifestanti con l’unico linguaggio che conosce: quello della repressione. Brutale, sistematica.

I martiri

Nella foto: Mehdi Zare Ashkzari

Mehdi Zare Ashkzari

Una rivoluzione ha anche i suoi eroi, i suoi martiri. Un giovane poco più che trentenne è morto in Iran dopo venti giorni di coma a seguito di torture. Era stato arrestato, pestato e poi rilasciato proprio per paura che morisse in cella. Si chiamava Mehdi Zare Ashkzari e a rendere la sua agghiacciante fine ancora più ‘sentita’ in Italia è il legame con Bologna e con la sua università in particolare, dove Mehdi aveva studiato farmacia, prima di rientrare in patria due anni fa.

Ed è Amnesty International Italia a diffondere le prime informazioni sul caso. Poi il messaggio di Patrick Zaki che, con la scomparsa del trentenne iraniano, sottolinea come l’Università di Bologna abbia “ora una nuova vittima della libertà di espressione”. Parole disarmanti quelle dello studente egiziano rimasto in prigione in patria per due anni per reati d’opinione, quando commenta: “Purtroppo, questa volta, era troppo tardi per salvarlo”.

È però poi il fiume di reazioni, di testimonianze e di affetto di chi lo conosceva e aveva condiviso con Mahdi gli anni universitari che fa della città italiana la cassa di risonanza di questo ennesimo caso shock proveniente dall’Iran. Mehdi Zare Ashkzari “era uno di noi”, dice all’Ansa Sanam Naderi, iraniana che vive a Bologna, “era conosciutissimo, molti studenti sono stati da lui, hanno mangiato la pizza dove lavorava. Era sempre sorridente”.

Mehdi si era iscritto all’università nel 2015 e per un periodo aveva lavorato come fattorino, per mantenersi agli studi, poi come aiuto-cuoco in una pizzeria. Due anni fa era tornato in Iran per stare vicino alla madre che stava male, poi la madre è deceduta, come racconta un altro suo amico, Ali Jenaban: “L’ultima volta che l’ho sentito era felice, mi diceva ‘con la famiglia andiamo avanti’. Anche lui partecipava alle manifestazioni per la libertà, per trovare quello che vogliamo tutti noi”. “Abbiamo avuto la notizia della morte solo ieri sera perché i familiari non avevano detto niente per non avere problemi nel fare il funerale, altrimenti il regime non rilascia il corpo”, racconta Sanam. “Domani ti seppelliranno accanto alla tomba di tua madre è li ritroverai la pace, ma mi raccomando non farle vedere i segni delle botte e dei lividi e il tuo naso rotto”, scrive un parente.

La comunità attorno all’ateneo bolognese è sconvolta:“Accogliamo la notizia con sgomento, dolore, indignazione ed esprimiamo il nostro cordoglio alla famiglia e la nostra solidarietà a tutte le iraniane e a tutti gli iraniani che, anche nelle Università, stanno lottando e soffrendo per i valori che ci sono più cari”, ha commentato il rettore di Bologna, Giovanni Molari. “L’università e la città di Bologna continueranno a chiedere giustizia e l’intervento delle istituzioni”, gli ha fatto eco la professoressa Rita Monticelli, coordinatrice del Master Gemma frequentato da Patrick Zaki e delegata del sindaco ai diritti umani e al dialogo interreligioso e interculturale, intervenendo alla marcia della pace in città. E dal palco della marcia la vice sindaca di Bologna, Emily Clancy, lancia un messaggio di solidarietà: “Da Bologna mandiamo un pensiero molto forte alla famiglia di Mehdi Zare Ashkzari. A tutti coloro che lottano per la libertà di donne e uomini in Iran. Mandiamo un forte abbraccio di fratellanza e sorellanza alla comunità iraniana”.

Gli occhi del mondo restano così puntati sulla feroce repressione iraniana anche con l’inizio di questo nuovo anno, e proprio in seguito ai festeggiamenti nella notte sono stati arrestati a Damavand, vicino alla capitale iraniana, alcuni ex e attuali calciatori di una nota squadra di Teheran, per aver partecipato a una festa di Capodanno con uomini e donne e aver consumato alcolici. Lo scrive l’agenzia iraniana Tasnim. Dagli ultimi aggiornamenti risulta che lo stato di fermo per gli sportivi sia comunque durato poco, e siano stati rilasciati dopo poco. L’episodio rimarca però il fatto che dalla Rivoluzione islamica del 1979 in Iran è vietato partecipare a feste miste, con uomini e donne, e bere alcolici. Intanto è stato anche rilasciato il giornalista dissidente Keyvan Samimi, che era in carcere dal dicembre 2020 accusato di “tramare contro la sicurezza nazionale”.

Stando a quanto appreso da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, il ragazzo è stato torturato “al punto che dopo essere entrato in coma è morto. Non è la prima volta che il regime iraniano rilascia un prigioniero per non farlo morire in carcere. Purtroppo il 2023 inizia come è finito il 2022, con sangue e morti nelle piazze e nelle carceri, non va abbassata l’attenzione. Nemmeno sul caso di Zaki, sono storie che ci appartengono”. Alle violenze farebbe riferimento anche il messaggio di un parente che gira tra gli studenti iraniani: “Domani ti seppelliranno accanto alla tomba di tua madre, ma non farle vedere i segni delle botte e dei lividi e il tuo naso rotto, che hai subito nella detenzione”. (…)

100 condannati a morte?
Secondo un rapporto dell’organizzazione basata in Norvegia Iran Human Rights (IHR), sono almeno 100 le persone che rischiano l’esecuzione. Si tratterebbe, però, di un numero inferiore a quello reale. L’ong sostiene infatti che molte famiglie siano state minacciate di non rivelare sentenze o accuse di cui devono rispondere loro parenti. A tutti i 100 condannati o accusati non è stato garantito il diritto a un avvocato e a un giusto processo. Il rapporto sottolinea che nei casi in cui ci sia stato un contatto con gli accusati questi abbiano tutti dichiarato di esser stati sottoposti a tortura fisica o psicologica per estorcere false confessioni. Alcuni dei capi di accusa più comuni sono “inimicizia contro Dio” e “corruzione sulla Terra”. Secondo il direttore di IHR, Mahmoood Amiry-Moghaddam, “con le sentenze di condanna a morte, e con alcune loro esecuzioni, le autorità intendono mandare a casa le persone […] in generale abbiamo visto ancora più rabbia contro le autorità e questa strategia dell’intimorire attraverso le esecuzioni è fallita”.

Lettera dal carcere

Narges Mohammadi

Ne dà conto, su RaiNews, Laura Aprati. “Narges Mohammadi, un’importante attivista per i diritti umani in Iran, ha scritto dal carcere per fornire alla Bbc, dettagli su come le donne detenute nelle recenti proteste antigovernative subiscano abusi sessuali e fisici e ha affermato che tali aggressioni sono diventate più comuni nelle recenti proteste.

L’attivista racconta che alcune delle donne arrestate, durante le manifestazioni, sono state trasferite nella sezione femminile della prigione di Evin. Proprio in questa terribile prigione ha avuto modo di incontrarle e ascoltare dettagli degli abusi subiti: un’attivista è stata legata mani e piedi a un gancio sul tettino del veicolo che l’ha portata in carcere ed è poi stata violentata dagli agenti di sicurezza. Mohammadi, che ha scritto di aver visto cicatrici e lividi sui corpi delle compagne di cella, ha invitato a denunciare quanto sta accadendo anche se questo può portare all’intimidazione delle famiglie delle donne detenute. “Non rivelare questi crimini contribuirebbe al proseguimento dell’applicazione di questi metodi repressivi contro le donne”, ha dichiarato l’attivista. “Le violenze contro le donne attiviste, combattenti e manifestanti in Iran dovrebbero essere riportate ampiamente e con forza a livello globale”, ha concluso Mohammadi, dicendosi convinta che le “donne coraggiose, resilienti e piene di speranza” dell’Iran vinceranno: “Vittoria significa instaurare la democrazia, la pace e i diritti umani e porre fine alla tirannia”.

Mohammadi, vicecapo del Centro per i difensori dei diritti umani dell’avvocato premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi,è stata oggetto di diverse condanne dal 2011 ed è attualmente in carcere per “diffusione di propaganda”. Quest’anno è entrata nella lista della Bbc delle 100 donne “più ispiranti e influenti” del mondo. Prigionieri politici di spicco in Iran, ma che non sono in isolamento, sono spesso in grado di comunicare con il mondo esterno tramite le loro famiglie o altri attivisti”.

Fonte: Naufraghi.ch