Sperimentata a Roma nuova tecnica rivelatrice recidive tumore al seno

A Roma si è tenuta una conferenza stampa anticipatrice di un Congresso internazionale che si terrà all'Ospedale Vannini, dedicato al tumore della mammella e promosso dai medici Carlo Vitelli e Lucio Fortunato, rispettivamente Primario e Responsabile della Chirurgia Oncologica del suddetto ospedale.
Su duecento donne romane è stata effettuata una sperimentazione utilizzando una sofisticata ''spia'' che può rivelare, al momento dell'intervento al seno per un tumore, se la paziente rischia di ammalarsi ancora a distanza di anni o di considerarsi definitivamente guarita. Sono stati anche resi noti i risultati di questa analisi, che consiste in un prelievo di midollo osseo.
Per discutere di questa metodica spia e mettere a confronto i risultati, arriva da Houston un oncologo romano, il dottor Massimo Cristofanilli(Centro Tumori Ospedale “M. D. Anderson”) che negli Stati Uniti ha compiuto, pur seguendo un percorso diverso, un identico studio.
Durante la conferenza stampa sono state chieste raccomandazioni, sia ai chirurghi oncologi di non effettuare l'eliminazione completa dei linfonodi ascellari se prima non e' stata applicata la tecnica del linfonodo sentinella, sia ai “media”, affinché diffondano il concetto che, in presenza di un intervento al seno, la paziente si accerti che l'operatore sia convinto di attuare, durante l'operazione, la tecnica del linfonodo sentinella.
L’auspicio è quello di mettere in campo ricerche di grande spessore con grandi numeri che attestino la validità di questa nuova metodica d’intervento.
“Bisogna essere molto prudenti – dicono i medici Vitelli e Fortunato – perché si tratta di un’analisi ancora in fase sperimentale.
Sarebbe un grande errore alimentare false speranze.
Si tratta di un esame, ripetiamo sperimentale, che consiste in una biopsia del midollo osseo: si chiama Immunoistochimica-IHC e utilizza la tecnica dell’RT-PCR.
Si fa un prelievo del midollo osseo immediatamente alla fine dell’intervento chirurgico per tumore della mammella.
Si studia il DNA delle cellule che vengono amplificate per alcune migliaia di volte. Si va alla ricerca di cellule tumorali. Ecco il perché. Una donna che soffre di un tumore si sottopone a un intervento e il tumore viene tolto; è noto, però, che indipendentemente dal tumore che è stato tolto, è possibile che nella paziente ci siano in circolo alcune cellule tumorali nascoste.
Fino ad ora non era possibile identificare queste cellule.
Con l’analisi spia, compiuta durante l’intervento, potrebbe essere possibile accertare se, indipendentemente dall’esito dell’intervento stesso, ci siano o no cellule nascoste: ove venissero scovate, potrebbe essere possibile sapere se la donna rischia a distanza di tempo di ammalarsi.
A questo punto possono essere attuate precocemente terapie mirate.
Non scoprendo alcuna cellula, potrebbe essere possibile affermare che la donna è definitivamente guarita.
Per lei non ci sarebbero più dubbi e inutili controlli.
Per quanto riguarda i risultati dello studio, che stiamo portando avanti da quattro anni, è necessaria una premessa. Al momento non riveliamo né alla paziente (pur avendo avuto il consenso informato) né all’oncologo di riferimento la risposta dell’analisi e questo perché vogliamo essere sicuri che la risposta sia giusta. Abbiamo compiuto le analisi su duecento donne, tutte romane, sottoposte a intervento al seno. Nelle donne che si erano sottoposte all’intervento per un tumore in fase iniziale, l’analisi spia ha scoperto cellule nascoste nel 25 per cento.
Nelle donne che si erano sottoposte all’intervento per un tumore in fase avanzata l’analisi spia ha scoperto cellule nascoste nel 45 per cento.
E’ un’analisi molto delicata e molto importante”.
Un dato molto interessante emerge dal Congresso. Fra i relatori, oltre al professor Cliff Hudis, direttore del Centro di Oncologia del “Memorial Sloan Kettering Hospital” di New York, che tiene la lettura magistrale, due studiosi italiani che si stanno affermando negli Stati Uniti in campo oncologico: e il dottor Alfonso Bellacosa (“Fox Chase Center” di Philadelphia) e il dottor Virgilio Sacchini (“Memorial Sloan Kettering Cancer Center” di New York).Il tumore della mammella in Italia.
Il tumore della mammella, secondo il Ministero della Salute, con 31960 casi/anno, è il principale tumore trattato nei diversi Centri di Oncologia italiana e rappresenta la neoplasia più frequente tra le donne. Nel 2002 in Italia il tumore della mammella ha causato la morte di 11546 donne pari al 16,3 per cento di tutti i decessi attribuibili al cancro. Mentre l’incidenza del tumore del seno è in costante aumento negli ultimi venti anni (da 115 casi per centomila donne del 1986 si è passati ai 135 nuovi casi per centomila donne della fine degli anni ’90), la mortalità per il carcinoma della mammella è in lieve diminuzione dal 1980 a oggi e alla fine degli anni Novanta si è attestata intorno ai 35 decessi per centomila. Nel 2002 in Italia, secondo il Ministero della Salute, per il tumore maligno della mammella sono stati ricoverati in regime ordinario 53845 donne: la fascia con più ricoveri è quella 45-64 anni (24303).
Nello stesso anno per il tumore benigno della mammella sono state ricoverate 10227 donne: la fascia d’età maggiormente interessata da questi ricoveri è stata quella 25-44 anni (4125).
Nel 1999 i ricoveri in regime ordinario per il tumore maligno della mammella della donna in Italia erano stati 58305. Sempre nel 1999 i ricoveri per il tumore benigno della mammella in regime ordinario hanno riguardato 12398 donne: la fascia più interessata quella 25-44 anni

Per saperne di più: Ospedale Vannini –
Via Acqua Bullicante Roma