L’ora più buia«Noi afghane abbiamo perso, hanno ucciso il nostro pensiero»

Proseguiamo con la pubblicazione di articoli che interessano le donne afghane. Per contrastare l’indifferenza. Tratto da Linkiesta Magazine.

Per vent’anni l’Occidente ha cercato di introdurre cambiamenti politici e di promuovere la diffusione della libertà e della democrazia in Afghanistan. Il suo fallimento è temporaneo o definitivo? E cosa significa averci almeno provato?

Konstandaras
Vorrei iniziare con l’esperienza delle nostre due ospiti che vengono dall’Afghanistan. Che cosa è successo negli ultimi vent’anni? Che cosa è andato storto? E che cosa ne rimane?

Bek
Io sono molto triste perché, dopo vent’anni di difficile lavoro che abbiamo fatto con gli uomini, le donne, gli studenti, le cose stanno tornando indietro. In seguito alla caduta di Kabul, con i talebani, il terrore in quella regione, in quella città non si può descrivere. Molte persone hanno lasciato le loro abitazioni e sono andate a casa dei parenti per nascondersi lì. Io, con la parte del mio team che ha lasciato l’Afghanistan, sono andata all’aeroporto, ma quel giorno non abbiamo potuto partire, perché c’è stato un attentato suicida. Trecento persone sono rimaste uccise. Dopo l’attentato mia figlia, che ha sette anni, piangeva dicendo: «Mamma, i talebani verranno a uccidermi?». E io non dimenticherò questa cosa, perché quello è stato un brutto giorno per me, per la mia famiglia, per i miei colleghi, per tutto il mio team. Vi farò un esempio di che cosa abbiamo perso in Afghanistan con la presa del potere da parte dei talebani. Il 90 per cento delle pubblicazioni stampate o in video sono state bloccate. I talebani hanno ucciso la libertà di parola. Un milione di bambine non stanno andando a scuola – le porte sono chiuse. Alle ragazze che vanno all’università non è consentito andare in aula. Alle figlie dei diecimila dipendenti del governo non è consentito andare al lavoro. La porte di entrambi i rami del Parlamento sono chiuse. Non abbiamo più niente che possa chiamarsi “Casa della democrazia”. È tutto finito.

Konstandaras
Signora Noorzai, vuole aggiungere qualcosa sul tema di che cosa è successo in questi vent’anni e su come tutto questo si sia dissolto così rapidamente?

Noorzai
Abbiamo fatto sacrifici, abbiamo sperato che avremmo portato in Afghanistan i diritti umani e i diritti delle donne, che avremmo implementato la democrazia e avremmo aumentato le libertà. Ma a causa della debolezza del nostro governo, a causa della mancanza di cooperazione da parte della comunità internazionale e a causa delle ingerenze tutto è stato distrutto. In precedenza, la comunità internazionale aveva iniziato a sviluppare i diritti delle donne e la democrazia, ma questo purtroppo non è stato un successo, non si è riusciti a sostenerlo ed è stato un fallimento politico e strategico. I diritti delle donne e la democrazia sono stati dimenticati. Abbiamo lottato per l’uguaglianza fra i generi e per la giustizia per vent’anni, durante i quali abbiamo assistito a una continua guerra, con esplosioni, omicidi e discriminazioni contro le donne. Non avevo idea che sarei morta pur continuando a muovermi – io vedo, bevo, mangio, ma i miei pensieri moriranno. Abbiamo perso. Hanno ucciso i nostri pensieri. Senza libertà di espressione, io non posso… Io non voglio essere solo un corpo che si muove. Voglio essere viva nei miei pensieri.

Adesso, in Afghanistan, le nostre ragazze non vanno a scuola. Non vanno all’università. Tutte le ragazze dell’Afghanistan sono deluse: vogliono andare all’estero. Il mio Paese è caduto nell’oscurità. E metà della responsabilità va attribuita alla comunità internazionale. Ma noi non vogliamo abbandonare la nostra lotta. Una volta che verremo rielette lanceremo una campagna per le donne afghane che sia pienamente sostenuta dalle organizzazioni internazionali. Aiuteremo le donne che vivono in Afghanistan e io sarò più forte di quanto sono stata in passato nel sostenere le donne afghane e per essere la loro voce diretta a tutto il mondo. E mi batterò per la loro istruzione e perché abbiano un lavoro.

Konstandaras
Lei pensa che questi vent’anni abbiamo lasciato qualcosa? Ci sono dei semi di resistenza nel Paese? Ci sono delle persone con le quali lei può lavorare per creare qualcosa, nonostante tutto, all’interno dell’Afghanistan?

Noorzai
No. Se si va nel mio Paese tutto è in silenzio. Molte delle persone che lavoravano a favore della democrazia, dell’istruzione, della giustizia se ne sono andate dall’Afghanistan. Quelli che sono in Afghanistan non possono far sentire la loro voce perché i talebani li frusterebbero.

Konstandaras
Abbiamo sentito parlare della responsabilità della comunità internazionale. Dawn, ha qualcosa da dire a questo proposito?

Nakagawa
Penso che una delle cose da considerare sia ovviamente l’umiliante fallimento del tentativo degli Stati Uniti di creare qualcosa di duraturo e la loro fretta di andarsene – e naturalmente la tragedia umana che tutto questo ha lasciato dietro di sé e che è qualcosa di reale. Era un progetto imperfetto fin dall’inizio? Lascia qualcosa dietro di sé? Che cosa si può dire dei vent’anni e dei miliardi di dollari spesi nel tentativo di creare un sistema democratico? Saranno proprio quelli i semi di una democrazia che alla fine emergerà? Penso che questo sia probabilmente il pensiero più speranzoso che possiamo avere. Sapete, le democrazie emergono in una miriade di contesti diversi fra loro. Ma ci sono alcune condizioni che ci devono essere perché la cosa regga. Se in Afghanistan ci siano ora queste condizioni io non lo so. Ma forse i semi che sono stati piantati diventeranno le rivoluzioni che verranno più in là nel tempo. Perché la democrazia bisogna proprio conquistarsela. Non può essere imposta. Ci sono molte teorie su come la democrazia possa formarsi, ma nessuna di queste dice che la si può portare da fuori. Deve essere l’aspirazione di un popolo, ci dev’essere la volontà di un popolo di lottare e di morire per la democrazia. Questo è, letteralmente, il modo in cui emerge una democrazia. E penso che le persone coraggiose che hanno la volontà di rimanere in Afghanistan o di tornarci per lottare per la democrazia saranno forse proprio quelle che alla fine se la conquisteranno.

Konstandaras
Steven, qual è il ruolo della comunità internazionale? E abbiamo imparato qualcosa da tutto questo?

Erlanger
Beh, c’è molta vergogna nella comunità internazionale. C’è un senso di umiliazione. E questo è uno degli elementi della rabbia che c’è in Europa nei confronti degli Stati Uniti. Non è che gli europei avessero un particolare desiderio di restare in Afghanistan – si trattava di un “progetto” americano e quindi alla fine stava agli americani decidere quando avrebbe dovuto avere termine. Ma gli europei, probabilmente persino di più degli stessi americani, si erano sentiti coinvolti nell’idea della costruzione della democrazia, del nation building, dell’educazione a un’uguaglianza fra i generi. Per quanto riguarda il tentativo di trasformare una diversa cultura, per certi versi possiamo osservare un successo: la signora Bek e la signora Noorzai sono un primo esempio del fatto che il progetto ha avuto, almeno parzialmente, successo.

I talebani non sono un monolite. Voglio dire, sono molto divisi fra loro, e sono diversi da provincia a provincia. Le regole sono differenti. E c’è una lotta interna al gruppo su quello che accadrà. Non abbiamo ancora un governo. La comunità internazionale ha degli elementi su cui far leva – non per quanto riguarda l’ideologia, ma per quanto riguarda gli aiuti, i soldi, il riconoscimento. C’è un senso di vergogna e di umiliazione, spero. E si tratta, al meno dal punto di vista americano, della fine della guerra globale al terrorismo nata l’11 settembre e che si è trasformata, senza che le persone se ne rendessero conto, in qualcos’altro, in un progetto di diverso tipo. Gli americani avrebbero potuto andarsene nel 2010 e probabilmente il governo afghano se la sarebbe passata meglio.

Lo sguardo dell’America si stava spostando altrove e chiunque pensasse che Joe Biden non se ne sarebbe andato dall’Afghanistan non aveva ascoltato bene, non aveva prestato abbastanza attenzione. E personalmente penso che al Pentagono abbiamo fatto quello che fanno un po’ sempre e cioè: «Non è che volevamo andarcene, è che ci hanno ordinato di andarcene e così abbiamo detto “Sissignore” ». La cosa va così e quindi se ne sono andati, senza essersi davvero coordinati con nessuno. Intendo dire, se sono andati e basta. Punto. E ora biasimano il Dipartimento di Stato per non aver emesso i visti giusti e cose così.

Ma la cosa importante, secondo me, è che c’era una specie di risentimento da parte del Pentagono. E naturalmente, non appena inizi a ritirare le truppe, i soldati che rimangono sono più vulnerabili e quindi vuoi concludere più in fretta. Quindi penso che sia stato proprio un brutto colpo all’immagine di competenza che ci si aspettava che l’Amministrazione Biden avrebbe mostrato. Sono ancora proprio i primi tempi. E la grande domanda dentro di me è: vediamo i giovani talebani provenienti dalla campagna che hanno gli smartphone, giusto? Vent’anni fa non avrebbero avuto gli smartphone. Quindi hanno accesso, in un certo senso, a un mondo diverso. E si spera che i cambiamenti che stanno avvenendo per chiunque nel mondo, dall’Iran al Pakistan, facciano la differenza anche lì. Ma per il momento io credo che dovremmo soltanto ascoltare le testimonianze, fare tutto quello che possiamo per aiutare le persone che sono scappate e cercare di mantenere le promesse verso le persone che sono rimaste in Afghanistan.

Konstandaras
Il concetto di nation building, con quella che potrei definire come la sua implicita arroganza, sopravviverà a tutto questo? Ci sarà mai più un intervento di questo tipo?

Nakgawa
Le iniziative di nation building non hanno avuto successo per molto tempo. Forse non se ne può indicare una che abbia avuto successo fin dai tempi del Piano Marshall. Quindi penso che si tratti di un’idea che ha perso forza. C’è stato un periodo della nostra storia in cui stavamo esportando ideologia e in cui, poiché in effetti lo stavamo facendo con successo, a casa nostra stavamo vincendo anche la battaglia per conquistare i cuori e le menti. Quindi, se si pensa a quei tempi in cui il nation building funzionava, l’America aveva credibilità e anche al suo interno poteva contare su questa sua reputazione: la classe media cresceva, l’economia andava bene. E, anche se non eravamo davvero all’altezza dei nostri valori democratici e non ci saremmo resi conto di questo ancora per un paio di decenni, c’era ancora questa percezione di una democrazia che prosperava.

Io credo che, se consideriamo tutti i problemi che gli Stati Uniti hanno in questo momento e il tipo di rispetto per i diritti umani che abbiano nel nostro stesso Paese e l’indebolimento della nostra democrazia e se consideriamo quanto questo sia visibile al resto del mondo è difficile per noi andare in un qualsiasi posto e dire che stiamo andando a esportare quello che abbiamo. Chi lo vorrebbe? Io credo davvero che, per quanto concerne la possibilità di esportare in qualche modo i nostri valori, abbiamo molti problemi di credibilità. Detto questo, voi sentite queste donne afghane ed ecco il valore universale insito nel desiderare che la propria voce venga ascoltata e nel ritenere che una vita non abbia senso se non si ha la libertà di esprimersi e la libertà di avere le proprie idee. Quindi io credo davvero che i valori universali della democrazia siano saldi. Come possiamo trasmetterla? Come possiamo trapiantarla? Come possiamo aiutare i Paesi che la vogliono? Non so che cosa dobbiamo rispondere a questa domanda. Ma sono abbastanza sicura che il modo per riuscirci non sia il nation building.

Erlanger
Se posso aggiungere qualcosa, io credo che abbiamo fatto abbastanza bene in Germania e in Giappone, ma abbiamo conquistato quei Paesi, abbiamo di fatto eliminato i loro governi, abbiamo riscritto le loro Costituzioni e siamo rimasti lì. Abbiamo ancora truppe in Germania. Abbiamo ancora truppe in Giappone. Abbiamo migliaia di uomini in Corea del Sud. Voglio dire, l’Occidente ha ancora forze in Kosovo. Il Kosovo è un esempio niente male di nation building che ha funzionato. Ma è un Paese piccolo. E, anche in questo caso, è stato l’esito di una guerra terminata. In Afghanistan abbiamo in un certo senso vinto la guerra, ma poi abbiamo indugiato cercando di fare altre cose e la guerra è tornata. Non abbiamo fatto la guerra contro i talebani. Abbiamo fatto la guerra contro Osama bin Laden e al Qaida e in seguito contro l’Isis. E ogni tanto mi domando se, qualora avessimo lavorato con il governo dei talebani non appena avessero chiesto la pace, le cose sarebbero andate meglio. Impossibile saperlo. Penso che questa disintegrazione sia iniziata con la seconda guerra in Iraq intrapresa da George W. Bush. C’è stata una grande arroganza. È stata un guerra per scelta, con un sacco di bugie da parte dell’intelligence.

Mi ricordo degli appartenenti al Partito democratico che mi dicevano: «Questo è il nostro prossimo grande progetto. Abbiamo sconfitto il comunismo e ora andiamo a rifare il Medio Oriente». Era un’ambizione bipartisan. E mi ricordo che io dicevo: «Siete fuori di testa». Dicevo: «I britannici potrebbero farlo. Noi non abbiamo la pazienza per fare una cosa del genere. Noi siamo americani». Noi semplicemente non abbiamo la pazienza per fare una cosa del genere. E ora abbiamo anche costruito questo intero mondo fatto di ong e di persone che vogliono fare del bene e che hanno i soldi per fare del bene ma non hanno sempre una grande sensibilità politica e che hanno i propri interessi. E io ammiro i loro interessi, ma non sono sempre molto realistici per quello che concerne le loro ambizioni. Quindi penso che una parte di quello che stiamo affrontando sia una crisi legata alle aspettative frustrate. E c’è un sacco di gente che deve ancora guarire le proprie ferite.

Konstandaras
Che cosa vorreste fare in modo diverso una volta che sarete tornate in Afghanistan?

Noorzai
Voglio dire alla comunità internazionale di fare pressione sui talebani perché cambino il loro comportamento nei confronti delle donne e delle ragazze. Allora potremo lavorare lì. Perché ora le ragazze non possono andare a scuola, non possono andare all’università e non possono lavorare. Ma quando la comunità internazionale fa pressione, questo fa cambiare il loro atteggiamento. E speriamo che avremo una buona pace, ma non una pace come questa, in cui moriranno tutti i nostri pensieri.

Non vogliamo che i nostri pensieri muoiano. Vogliamo essere vive. Vogliamo lavorare come tutti gli esseri umani. Ma i talebani non ci vogliono così. Frustano le donne e le ragazze. È davvero, davvero pericoloso per tutte noi. Non voglio vedere il mio Paese in questa situazione. Penso a vent’anni fa e mi sento come allora. Un mese fa ero a Kabul. Ma un giorno, quando sono uscita, ho pensato che tutto stesse morendo. Nessuno per la strada, nessuno che andasse a scuola, al mercato, al centro commerciale – tutto era vuoto. Quindi non posso tornare là.

Come essere umano, mi rivolgo all’intera comunità internazionale: l’umanità non ha confini. Fate qualcosa. Fate pressione sui talebani perché cambino il loro comportamento verso le donne e verso le ragazze. Persino gli uomini dicono: «Non vogliamo vivere qui in Afghanistan». E io chiedo loro: «Perché? Voi siete liberi». Ma loro mi rispondono: «No, non è un posto dove si può vivere, perché le nostre mogli e le nostre figlie non si trovano in una bella situazione».

Dall’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review

linkiesta