La peste suina irrompe in Piemonte e Liguria

Gennaio 2022 – Sono due gli altri casi sospetti di peste suina africana, dopo quello confermato a Ovada (Alessandria) su un cinghiale trovato morto.
Li ha individuati, sempre su cinghiali, l’Istituto Zooprofilattico Piemonte Liguria e Valle d’Aosta (Izsplv) a Fraconalto (Alessandria) e Isola del Cantone (Genova) rispettivamente a una ventina e a una quarantina di chilometri di distanza. La conferma della diagnosi, attesa per l’inizio della prossima settimana, spetta al Centro di Referenza Nazionale per le pesti suine (CEREP) dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e delle Marche.

L’Istituto Zooprofilattico di Torino ribadisce che la peste suina non è trasmissibile all’uomo, ma si tratta di una delle più gravi malattie che può colpire la zootecnia ed è altamente trasmissibile tra i suini. Senza le dovute precauzioni, quindi, gli allevamenti suini sono considerati a grave rischio.

Sono 78 i Comuni, in particolare 54 in Piemonte e 24 in Liguria, individuati dalle due Regioni e dal Ministero della Salute come “zona infetta” da Peste Suina Africana

Dei Comuni piemontesi della “zona infetta” tutti e 54 si trovano in provincia di Alessandria e sono: Castelletto d’Orba, Voltaggio, Acqui Terme, Arquata Scrivia, Basaluzzo, Belforte Monferrato, Bosco Marengo, Bosio, Silvano d’Orba, Strevi, Tagliolo Monferrato, Tassarolo, Trisobbio, Vignole Borbera, Visone, Prasco, Predosa, Ricaldone, Rivalta Bormida, Rocca Grimalda, San Cristoforo, Serravalle Scrivia, Sezzadio, Morsasco, Novi Ligure, Orsara Bormida, Ovada, Pareto, Parodi Ligure, Pasturana, Ponzone, Lerma, Malvicino, Melazzo, Molare, Montaldeo, Montaldo Bormida, Morbello, Mornese, Castelnuovo Bormida, Cavatore, Cremolino, Fraconalto, Francavilla Bisio, Fresonara, Gavi, Grognardo, Capriata d’Orba, Carpeneto, Carrosio, Cartosio, Casaleggio Boiro, Cassine e Cassinelle.

In vista dell’ordinanza ministeriale che nei prossimi giorni stabilirà in dettaglio le misure da attuare nella zona infetta, la Regione Piemonte ha chiesto ai sindaci dei Comuni interessati di vietare sul loro territorio l’esercizio venatorio a tutte le specie, ribadendo la necessità di rafforzare al massimo su tutto il territorio di competenza la sorveglianza nel settore del selvatico e di innalzare al livello massimo di allerta la vigilanza sulle misure di biosicurezza nel settore domestico, con particolare riguardo a tutte le operazioni di trasporto e di movimentazione degli animali, di mangimi, prodotti e persone.

La situazione in Italia

La peste suina africana (PSA) è una malattia virale dei suini e dei cinghiali, compresi quelli selvatici, altamente letale. Non colpisce gli esseri umani, e, poiché non esistono vaccini e data l’elevata capacità di diffusione, è in grado di mettere in ginocchio interi comparti, quali le produzioni italiane d’eccellenza di prosciutti e salumi, con conseguenze socio-economiche devastanti.

Dal 2014 è esplosa un’epidemia in alcuni Paesi dell’Est della UE quali Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e Bulgaria: ad oggi sono già stati registrati oltre 1.000 focolai negli allevamenti di suini domestici e quasi 4mila casi di cinghiali selvatici. Il 13 settembre 2018 il Belgio ha segnalato i primi due casi nei cinghiali selvatici, facendo registrare un preoccupante balzo in avanti verso l’Europa occidentale. La Peste suina africana ha colpito inoltre, fuori dalla UE, numerosi Paesi africani, Russia, Ucraina, Moldova e Cina. Pur essendo presente dal 1978 in Sardegna, dove la situazione è sotto controllo, la PSA non ha mai varcato i confini dell’Italia continentale.

La malattia si diffonde per contatto diretto con altri animali infetti o, indirettamente, attraverso attrezzature e indumenti contaminati o con la somministrazione ai maiali di scarti di cucina, pratica vietata dai regolamenti europei oramai dal 1980.

Tutti coloro che transitano o rientrano ciclicamente in Italia in provenienza da aree in cui la malattia è presente, possono rappresentare veicoli inconsapevoli di trasmissione del virus agli animali attraverso pratiche igieniche o di smaltimento rifiuti alimentari non corrette.

Inoltre i cinghiali selvatici, liberi di avvicinarsi alle zone antropizzate, possono rappresentare uno dei mezzi di diffusione del virus, qualora dovessero entrare in contatto con allevamenti che non rispettano le norme di biosicurezza.

Il Ministero ha deciso di divulgare il video realizzato da EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare, con l’obiettivo di sostenere una serie di comportamenti corretti e promuovere le giuste precauzioni da adottare:

non portare in Italia, dalle zone infette comunitarie, prodotti a base di carne suina o di cinghiale, quali, ad esempio, carne fresca e carne surgelata, salsicce, prosciutti, lardo, salvo che i prodotti non siano etichettati con bollo sanitario ovale;
non portare in Italia prodotti a base di carne suina o di cinghiale, freschi o surgelati, salsicce, prosciutti, lardo da Paesi extra-europei;
smaltire i rifiuti alimentari, di qualunque tipologia, in contenitori idonei e non somministrarli per nessuna ragione ai suini domestici;
non lasciare rifiuti alimentari in aree accessibili ai cinghiali;
informare tempestivamente i servizi veterinari il ritrovamento di un cinghiale selvatico morto;
per i cacciatori: pulire e disinfettare le attrezzature, i vestiti, i veicoli e i trofei prima di lasciare l’area di caccia; eviscerare i cinghiali abbattuti solo nelle strutture designate; evitare i contatti con maiali domestici dopo aver cacciato;
per gli allevatori: rispettare le norme di biosicurezza, in particolare cambiare abbigliamento e calzature quando si entra o si lascia l’allevamento e scongiurare i contatti anche indiretti con cinghiali o maiali di altri allevamenti; notificare tempestivamente ai servizi veterinari sintomi riferibili alla PSA e episodi di mortalità anomala.

Fonti: Alessandriaogginews – Agricultura.it

Curiosità: attenti alla Trichinella

La trichinellosi o trichinosi è una zoonosi parassitaria causata da nematodi appartenenti al genere Trichinella di cui oggi conosciamo otto specie diverse (Trichinella spiralis, Trichinella nativa, Trichinella britovi, Trichinella murrelli, Trichinella nelsoni, tutte specie incapsulate e Trichinella pseudospiralis, Trichinella papuae, Trichinella zimbabwensis che invece non sono incapsulate) e almeno tre genotipi distinti. È stato calcolato che circa dieci milioni di persone sono a rischio nel mondo.

L’unica specie autoctona italiana è Trichinella britovi, ma in passato ci sono stati focolai umani da importazione causati da altre specie quali la Trichinella spiralis.

La Trichinella ha un ampio spettro d’ospite, dall’uomo agli uccelli, e in alcuni casi anche i rettili, a seconda delle varie specie.

L’unica modalità di contrazione dell’infezione è quella legata all’ingestione di carne cruda o poco cotta proveniente da un ospite infetto. Questo sgradito ospite, il batterio Trichinella per l’appunto è duro a morire. Anche conservando la carne in congelatore, la sua scomparsa necessita di un lungo periodo di congelazione addirittura di un anno e per la cottura anch’essa deve avere tempi decisamente lunghi perchè il batterio risulti inoffensivo.

La malattia è caratterizzata da due fasi: una enterica con sintomatologia a carico dell’apparato gastro-intestinale, legata alla presenza degli adulti a livello intestinale e una parenterale, dovuta al passaggio in circolo delle larve L1, caratterizzata da miosite, edemi localizzati soprattutto al volto e manifestazioni orticarioidi.

Inoltre le larve della Trichinella spiralis, quando ingerite, vanno a incistarsi nei muscoli scheletrici dell’ospite.

Una complicanza talora fatale è la cosiddetta neurotrichinosi, caratterizzata da encefalite e/o miocardite.

Veterinaria
La trichinellosi è una malattia di interesse veterinario, presente soprattutto nei suini e nei cinghiali, ma ne sono affetti anche gli equini. Altre specie sono rappresentate da animali selvatici, come i roditori. Gli animali sono colpiti dai parassiti in particolare nelle masse muscolari. Il muscolo più interessato è il diaframma (pilastri), seguito dal massetere, cioè il muscolo masticatorio.

La profilassi si basa sull’introduzione sistematica nei mattatoi dell’esame trichinoscopico, con il quale è possibile rilevare la presenza del parassita nei muscoli. L’esame viene eseguito su campioni di diaframma dei suini e degli equini. L’esame è svolto dai veterinari che, dopo aver prelevato i campioni, ne eseguono l’esame dopo opportune preparazioni, che prevedono la predigestione con acido cloridrico e pepsina.

Recentemente la commissione tecnica dell’Unione europea ha introdotto nuovi regolamenti per contenere il fenomeno di proliferazione del parassita che dai paesi dell’Est europeo potrebbe diffondersi nel bestiame del resto dell’Europa. I nuovi regolamenti in materia di trichinellosi (Regolamento CE N.2075/2005 e successive integrazioni) prevedono il sistematico esame di tutti i capi equini, dei cinghiali e di tutti i verri e le scrofe. Soltanto i suini da ingrasso potranno essere esaminati in un numero pari al 10% degli animali macellati purché provenienti da allevamenti riconosciuti indenni dalla malattia e certificati dalle Autorità Sanitarie. Speciali liste di laboratori sono approntate in tutte le Regioni italiane e nelle Province Autonome, nelle quali saranno registrati i centri autorizzati all’esecuzione delle analisi. In caso di positività alla malattia riscontrata in un animale i nuovi regolamenti prevedono che le indagini vengano estese a tutti i capi appartenenti alla partita alla quale apparteneva l’animale infestato e successivamente a quelli delle zone vicine a quelle di provenienza dello stesso. Scatterebbero quindi le nuove procedure obbligatorie di rintracciabilità introdotte dalla Decisione della Commissione CE n. 178.