In carcere si coltivano prodotti biologici

Sono soltanto quattro, su un totale di duecento, gli istituti penitenziari italiani che ospitano al loro interno un’azienda agricola biologica. Se ne è discusso giovedì in occasione del convegno mondiale sul biologico di Modena. Tra i quattro esempi, si è preso in esame, in particolare, quello modenese: a partire dal 2000 il carcere cittadino ha avviato due specifici progetti che hanno come obiettivo il recupero e il reinserimento sociale dei detenuti.

Uno è incentrato sull’apicoltura; l’altro, “Agricola 2000”, sull’agricoltura biologica. “Abbiamo optato per questa scelta – spiega il direttore della Casa circondariale di Modena, Paolo Madonna – per offrire ai detenuti, in gran parte stranieri, la possibilità di apprendere tecniche colturali a basso impatto ambientale da applicare quando torneranno nei loro Paesi d’origine”.

Sotto la guida di agronomi esterni, i detenuti – una quindicina, inquadrati come braccianti agricoli e regolarmente retribuiti – lavorano all’azienda agricola interna, che occupa una superficie complessiva di quattro ettari. A partire dal 2006 la produzione di vegetali e ortaggi (2,5 tonnellate annue) è certificata bio, mentre la frutta (due tonnellate) è ancora in regime di conversione. Molto ampia la gamma di prodotti coltivati all’interno del carcere: susini, prugne, albicocchi, ciliegi, peschi, peri e meli, vigneti (lambrusco, albana, sangiovese, trebbiano), piccoli frutti (more, ribes, uva spina) e un fragoleto.

Nella serra vengono coltivate piantine agricole e da fiore, piante ornamentali, siepi di essenze autoctone (corniolo, sambuco, prugnoli ecc.), erbe aromatiche. I prodotti sono destinati, per ora, alla vendita al dettaglio nello spaccio interno, in attesa che modifiche normative permettano la distribuzione anche all’esterno del carcere.