Il punto sulle acque minerali in bottiglia e la presenza del PFAS
Alcue mesi fa (Ottobre 2025) Greenpeace Italia ha acquistato presso un supermercato di Roma
sedici bottiglie di acqua minerale, appartenenti ai marchi più diffusi in Italia
(Ferrarelle, San Pellegrino, Levissima, Panna, Rocchetta, Sant’Anna, San Benedetto e
Uliveto) e le ha inviate a due diversi laboratori – otto bottiglie in Germania,
altrettante in Italia – per testare l’eventuale presenza di PFAS sostanze poli- e
per-fluoroalchiliche).
Sostanze chimiche note anche come “inquinanti eterni”, usate in numerosi processi
industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono
da tempo associate a gravi rischi per la salute. Tra le molecole ricercate da
Greenpeace Italia in questa analisi anche l’acido trifluoroacetico (TFA), ovvero il
PFAS più presente sul Pianeta.
mpioni d’acqua di San Benedetto Naturale e Ferrarelle non è stata rilevata alcuna
presenza di PFAS – il che significa che le concentrazioni di tali sostanze in questi
campioni sono risultate inferiori al limite di rilevabilità di 50 ng/L – mentre nei restanti
campioni appartenenti a Uliveto, Rocchetta, Sant’Anna, San Pellegrino, Panna, Levissima
è stato invece rilevato proprio il TFA.
Il campione che ha fatto registrare il valore più elevato di acido trifluoroacetico è quello
appartenente all’acqua Panna, (700ng/l), seguito dal campione del marchio Levissima
(570 ng/l) e dal campione Sant’Anna (440 ng/l).
Nessuno dei campioni analizzati conteneva sostanze appartenenti al gruppo dei 20 PFAS
regolamentati dalla direttiva UE sull’acqua potabile. Nessuno dei campioni analizzati
conteneva sostanze appartenenti al gruppo PFAS-4 (PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA),
classificate come particolarmente pericolose. Nei campioni in cui è stato rilevato il TFA,
quest’ultimo è l’unico PFAS la cui presenza è stata accertata.
Seppur questa molecola, composta da una corta catena (solo due atomi di carbonio) sia
nota da tempo, solo di recente si è cominciato a indagare su una sostanza che è diffusa
praticamente ovunque e a cui noi tutti siamo esposti. Lo si trova nella polvere domestica
come nel sangue umano e, dunque, anche nelle acque minerali. Le autorità tedesche di
recente hanno classificato il TFA come “tossico per la riproduzione” e “molto mobile e
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persistente”. Questa sostanza può derivare dalla degradazione di altri PFAS rilasciati
nell’ambiente e si accumula negli organismi viventi, ad esempio in alcuni cereali.
I valori di TFA rinvenuti nei campioni raccolti da Greenpeace Italia (tra c.a. 70 e 700 ng/l)
si allineano – anche se con valori leggermente inferiori – a quelli ottenuti da altre
indagini in vari Paesi europei (tra 370 e 3.300 ng/l). Insomma, non si tratta di una
questione limitata al nostro Paese.
Alla luce dei risultati degli ultimi studi, nella primavera del 2024 la Germania ha
presentato all’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche) una richiesta di
classificazione del TFA come sostanza tossica per la riproduzione. Se l’ECHA approverà la
richiesta, il TFA potrebbe essere classificato come “metabolita rilevante” delle sostanze
attive nei prodotti fitosanitari. Ciò verosimilmente significherebbe che, in conformità
con l’ordinanza tedesca sull’acqua potabile (TrinkwV), non sarebbe consentito superare il
valore limite di 100 ng/l nell’acqua potabile. Un valore che potrebbe quindi essere esteso
a tutti i Paesi Ue.
Senza voler creare allarmismi, la presenza così diffusa di una sostanza di cui sappiamo
poco (e quel poco che sappiamo tende a preoccupare sempre di più) impone una
prudenza che avremmo dovuto usare anche con gli altri PFAS. E, soprattutto, dobbiamo
smetterla di contaminare le nostre acque potabili, e le nostre vite, con queste sostanze
pericolose o potenzialmente tali. Per dare la possibilità di commentare, Greenpeace
Italia ha inviato questi risultati alle aziende proprietarie dei marchi in cui sono state
trovate tracce di TFA. Nessuna delle realtà contattate ha voluto commentare.
Cos’è il TFA
TFA, IL PFAS PIÙ PRESENTE SUL PIANETA
L’acido trifluoroacetico (TFA) è una molecola a catena ultracorta (due atomi di carbonio) che appartiene
all’ampio gruppo di sostanze per- e poli-fluoroalchiliche (PFAS), conosciute anche come “inquinanti
eterni” perché in grado di contaminare l’ambiente per lunghi periodi di tempo. Si tratta di una molecola già
in uso da decenni e ben nota alla comunità scientifica internazionale. Sebbene i primi studi scientifici
risalgano alla metà degli anni Novanta, solo recentemente il TFA ha goduto di maggiori attenzioni. Negli
ultimi anni infatti è emerso come questa sostanza sia, di gran lunga, il PFAS presente in maggiori quantità
pressoché ovunque venga misurato: nelle acque minerali e potabili, nella polvere domestica, perfino nel
sangue umano. Di seguito vengono esposte alcune evidenze che sottolineano l’urgenza di limitare al più
presto la dispersione di questa molecola nell’ambiente.
Il TFA è di gran lunga il PFAS più abbondante nelle acque del pianeta. Indagini recenti di PAN
(Pesticide Action Network) hanno dimostrato come il TFA è il PFAS più abbondante nelle acque
superficiali e di falda prelevate in dieci nazioni europee (più del 98% dei PFAS totali rilevati), con
concentrazioni comprese tra 370 e 3.300 nanogrammi per litro. Recenti ricerche sulle acque potabili
ne hanno evidenziato l’ampia diffusione nelle acque potabili tedesche . Analisi condotte in undici
nazioni europee hanno dimostrato che il TFA rappresentava più del 90% del totale dei PFAS
monitorati (46 molecole) ed era presente in 34 dei 36 campioni analizzati. . Data l’elevata solubilità in
acqua non sorprende che questa molecola sia tra i PFAS presenti in maggiore quantità anche nei
mari, nei campioni di ghiaccio, nelle piogge e nell’aria. Nemmeno le acque minerali sfuggono a questa contaminazione. Un’indagine condotta da Bund su alcune acque minerali tedesche ha rilevato la presenza di TFA in alcuni marchi e, laddove rilevato, le concentrazioni di questa molecola erano comprese tra 53 e 200 nanogrammi per litro. Di recente l’organizzazione PAN ha diffuso i dati sulla presenza di questa sostanza in numerosi marchi di acqua minerale e di sorgente venduti in Europa (provenienti da Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Ungheria, Austria). Dieci dei 19 marchi analizzati contenevano TFA in quantità comprese tra 52 e 3.400 nanogrammi per litro. Nove campioni invece erano esenti da residui
quantificabili di TFA.
Fonte: Greenpeace.org
