Fuggite in Pakistan le calciatrici della nazionale giovanile afghana


15.09.2021 – Il trasferimento in Pakistan delle 32 atlete e delle loro famiglie è stato organizzato dall’ong Football for peace. La maggior parte della squadra nazionale femminile dell’Afghanistan era invece riuscita a lasciare il Paese a fine agosto, dopo la ‘presa’ dei talebani.

i talebani gli stadi piacciono molto. Sono il loro patibolo preferito per ammazzare a sangue freddo le persone pericolose, i rei di qualche inemendabile colpa e i ribelli. Quelli che il regmie ritiene tali, ovviamente. Lo sport e il calcio sono una minaccia per un esercito religioso votato alla sharia. Figurarsi se poi con un pallone pretendono di giocarci delle donne. Così, quello che era successo venti anni fa è riaccaduto in queste settimane. I talebani tornati a comandare a Kabul hanno preso di mira gli sportivi e in particolare le calciatrici, reputandole un inaccettabile simbolo di libertà ed emancipazione. Nel caos seguito all’avanzata dell’esercito religioso talebano le calciatrici afgane trovato per fortuna un punto di riferimento in Khalida Popal.

La calciatrice ribelle
Khalida è la ragazza, la donna, che con il suo coraggio ha sfidato e sfida l’autorità dei talebani. Ai tempi del loro primo regno, era stata costretta all’esilio, ma poi era tornata a Kabul, dopo la loro cacciata, organizzando una squadra con le sue amiche – all’inizio ospitata della base Nato – intorno a cui è nata la nazionale femminile dell’Afghanistan. «I talebani e quelli chi li appoggiavano ci vedevano e ci dicevano che una donna che gioca è immorale, è un insulto allo sport», ha spesso raccontato, così come degli insulti e degli atti atti di violenza di cui era vittima insieme alle sue compagne. Proprio a causa delle minacce di morte Khalida Popal ha dovuto scappare di nuovo da Kabul, emigrando in India, poi in Norvegia e in Danimarca che l’ha infine accolta e dove per un periodo è stata anche ingaggiata da una squadra. È lì che si è laureata in marketing, ha fondato “Girl Power”, un’organizzazione che si occupa di promuovere lo sport tra le minoranze al femminile, e con il brand Hummel ha progettato la prima maglia da calcio con hijab, mettendola a disposizione della sua nazionale.

L’inferno talebano
Le calciatrici che rischiavano di restare intrappolate nell’inferno talebano perciò hanno trovato in lei una guida, insieme al capitano della nazionale maggiore afghana, Farkhunda Muhtaj, che vive in Canada, e alla Fifpro, il sindacato mondiale dei calciatori. Il primo passo è stato sparire, cancellarsi dai social, distruggere scarpette e divise e poi far perdere le tracce, nascondendosi dai miliziani. Nelle ultime settimane di agosto, le ragazze della nazionale maggiore sono riuscite a lasciare il paese grazie al governo australiano, molto sesibile al problema dei profughi afgani, che ha messo a disposizione un aereo militare e visti umanitari. Questa via di fuga sarebbe dovuta servire anche alle più giovani inserite nella nazionale juniores. Ma il sanguinoso attentato all’aeroporto di Kabul de 26 agosto ha reso però impossibile il loro trasferimento. Molte ragazze poi erano ancora senza passaporti. Così è iniziata la loro odissea e quella delle loro famiglie in fuga dai talebani, spostandosi nottetempo da un rifugio all’altro per sfuggire ai posti di blocco e ai controlli dei nuovi occupanti.

La mobilitazione internazionale
Per aiutarle hanno iniziato a muoversi anche negli Usa. Robert McCreary, ex capo di gabinetto del Congresso e funzionario della Casa Bianca sotto il presidente George W. Bush, che ha lavorato con le forze speciali in Afghanistan, ha lanciato la operazione Soccer Balls. «Sono solo ragazze incredibili che dovrebbero giocare nel cortile di casa, con i loro amici, e qui sono in una brutta situazione solo perché giocano a calcio – aveva dichiarato nei giorni scorsi – Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggerle e per portarle in una situazione sicura». Contestualmente il Qatar si era offerto di ospitarle in una struttura creata in previsione del Mondiale del 2022, come già accade per migliaia di esuli afgani, ma non è stato possibile organizzare il trasferimento.

La fuga in Pakistan
Nei giorni scorsi, però, l’Ong Football for Peace, con sede in Gran Bretagna, e la Federcalcio pakistana sono riuscite a trovare un canale di comunicazione con una parte del mondo talebano meno radicale e a creare una sorta di cordone sanitario. Le ragazze e i familiari, 115 persone in tutto, si sono così avvicinate progressivamente al Pakistan, mentre il Governo di Islamabad predisponeva per tutti dei visti. Nella serata del 14 settembre infine tutto il gruppo ha passato il confine raggiungendo la cittadina di Torkham, accolto da un funzionario della Federazione calcistica pakistana, Nouman Nadeem. Il ministro pakistano dell’informazione, Fawad Chaudhry, ha dato la notizia dell’esodo tramite Twitter, tranquillizzando il mondo del calcio e non solo: «Diamo il benvenuto alla squadra di calcio femminile dell’Afghanistan, è arrivata al confine di Torkham dall’Afghanistan, le giocatrici erano in possesso di passaporto afghano valido e visto pakistano».

Da IlSole24ore.com/Marco Bellinazzo