Con l’immunonutrizione arrivano i postbiotici

Si trovano soprattutto nei cibi fermentati, ma sono anche alla base di integratori. Il loro potenziale? Contro le infezioni virali e i disturbi gastrointestinali.
I latti fermentati, così come il miso o il kimchi, compaiono sempre di più nella lista dei “must” di una dieta salutare. Sono consigliati perché contengono batteri buoni, i probiotici, che fermentando all’interno di una matrice alimentare (ad esempio latte, soia o cavolo) producono a loro volta molecole benefiche chiamate postbiotici. A differenza dei batteri che li hanno creati, i postbiotici non sono organismi vivi, “eppure sono loro a influenzare la salute dell’intestino e ad avere un’attività benefica nei confronti dell’organismo” fa sapere Maria Rescigno, principal investigator del Laboratorio di immunologia delle mucose e microbiota all’Humanitas di Milano, che nel 2013 ha definito per la prima volta il termine.

I postbiotici rappresentano l’ultima frontiera dell’immunonutrizione, quella branca della medicina che studia l’influenza degli alimenti sul sistema immunitario, con l’obiettivo di tenere a bada le reazioni infiammatorie.

Le sostanze postbiotiche si possono assumere attraverso gli alimenti fermentati, ma in realtà vengono prodotte nella pancia ogni qual volta si mangia uno yogurt o si assume un integratore contenente batteri probiotici (come il Lactobacillus casei o il Bifidobacterium lactis). Questi microrganismi arrivano vivi nell’intestino e lì, nutrendosi e poi “digerendo”, rilasciano i postbiotici. Tuttavia, sembra che ingerire queste sostanze già pronte, senza aspettare che vengano prodotte nella pancia, abbia dei vantaggi. “Primo, perché non è detto che tutti i probiotici che assumiamo attraverso gli alimenti o gli integratori arrivino vivi nell’intestino”, precisa Rescigno. “Secondo, perché un probiotico per fabbricare postbiotici utili al nostro benessere deve nutrirsi bene, soprattutto di fibre, quindi se una persona segue una dieta sana e varia ben venga, altrimenti il batterio non avrà la materia prima giusta per farlo”.

La ricerca sugli alimenti fermentati che permettono di assumere postbiotici si è concentrata soprattutto sul latte e, come target, i bambini. “Sono stati condotti studi sull’assunzione di un latte fermentato o di un integratore addizionato di postbiotici, anche nel neonato, e si è visto che entrambi possono avere un ruolo importante nella prevenzione di alcune infezioni, in particolare quelle stagionali”, racconta l’esperta. “Accade perché aumentano le immumoglobuline IgA nell’organismo dei piccoli, in grado di difendere la mucosa aerea e orale, prima zona di attacco da parte dei virus influenzali”.

Dati confermati anche da Roberto Berni Canani, professore di Pediatria presso il dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università Federico II di Napoli e principale collaboratore del progetto di ricerca sul postbiotico derivato dalla fermentazione del Lactobacillus paracasei Cba L74 nel latte vaccino, sostenuto da Kraft-Heinz/Plasmon. “Questo postbiotico è in grado di regolare positivamente una serie di meccanismi di difesa a livello dell’intestino e del respiro” spiega il pediatra. “Infatti nei bambini che lo assumono abbiamo rilevato una drastica riduzione del numero e della severità delle infezioni gastrointestinali e respiratorie. Attualmente, stiamo osservando un forte effetto protettivo nei riguardi delle infezioni virali, in particolare contro i virus a Rna, come il rotavirus, principale responsabile di gastroenteriti acute in età pediatrica, e il coronavirus”.

Altri studi hanno dimostrato che i postbiotici potrebbero avere un effetto positivo anche su pazienti affetti da dermatite atopica, una malattia infiammatoria della pelle. Mentre in Humanitas, il team di Rescigno ha ampliato la ricerca al campo oncologico. “Stiamo studiando i postbiotici in supporto alle terapie antitumorali per ridurre l’impatto degli effetti collaterali” conclude la dottoressa. “Molti pazienti soffrono di disturbi gastrointestinali così invalidanti che sono costretti a ridurre la dose del farmaco o a sospendere la cura. Queste sostanze potrebbero aiutarci a limitarli”.

Fonte: Repubblica.it