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Libero scambio di merci agroalimentari fra il Sud America e l’Europa

Dal 1° maggio di questo 2026, l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur entra nella fase decisiva di applicazione provvisoria.

Dopo oltre un quarto di secolo di negoziati, l’Ue e i quattro Paesi fondatori del blocco sudamericano — Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay — aprono una delle più ampie aree di libero scambio mai costruite dall’Unione europea. L’intesa riguarda un mercato di oltre 700 milioni di consumatori, riduce progressivamente dazi su prodotti industriali e agroalimentari, apre gli appalti pubblici sudamericani alle imprese europee e introduce quote controllate per alcune importazioni agricole considerate sensibili, a partire da carne bovina, pollame, zucchero, etanolo, riso e miele. La Commissione europea presenta l’intesa come uno strumento di diversificazione commerciale in una fase segnata dal ritorno dei dazi statunitensi e dalla competizione con la Cina sulle materie prime strategiche. L’entrata in vigore dell’accordo non chiude del tutto il percorso politico e giuridico dell’accordo. La parte commerciale viene applicata in via provvisoria attraverso l’Interim Trade Agreement, mentre l’accordo più ampio di partenariato — che include cooperazione politica, dialogo istituzionale e altri capitoli non strettamente commerciali — resta legato alle procedure di ratifica. La Commissione ha chiarito che il testo diventa vincolante sul piano internazionale con l’avvio dell’applicazione provvisoria del primo maggio 2026, dopo il completamento delle procedure interne richieste. Parallelamente, resta aperto il fronte del contenzioso: il Parlamento europeo ha chiesto un pronunciamento della Corte di giustizia dell’Unione europea e la Polonia ha annunciato un ricorso contro il patto, sostenendo che l’accordo espone gli agricoltori europei a concorrenza sleale e rischi per la sicurezza alimentare.

Il percorso è stato lungo e accidentato. I negoziati furono avviati nel 1999, in una stagione in cui l’Unione europea puntava a costruire grandi accordi regionali e il Mercosur cercava un ancoraggio economico stabile con il mercato europeo. Una prima intesa politica arrivò nel mese di giugno del 2019, ma rimase bloccata per anni dalle resistenze di diversi Stati membri, dalle contestazioni degli agricoltori e dalle critiche ambientaliste legate alla deforestazione in Amazzonia. Il nuovo accordo politico del 6 dicembre del 2024 ha cercato di rispondere a quelle obiezioni rafforzando gli impegni sulla sostenibilità, sul rispetto dell’Accordo di Parigi e sugli strumenti di monitoraggio. Lo scorso settembre la Commissione ha proposto la firma e la conclusione dei due strumenti giuridici separati, mentre a gennaio il Consiglio ha autorizzato la firma dell’accordo di partenariato e dell’accordo commerciale provvisorio. Il cuore economico dell’intesa è la progressiva eliminazione dei dazi. Per le imprese europee, il Mercosur rimuoverà tariffe oggi elevate su settori industriali nei quali l’Ue è competitiva: automobili, componenti auto, macchinari, prodotti chimici, farmaceutica, tessile, alimentare trasformato e bevande. Le tariffe sulle auto, oggi fino al 35 per cento, saranno eliminate in un periodo transitorio; quelle su parti auto, macchinari, chimica e farmaceutica verranno progressivamente ridotte o azzerate. Secondo la Commissione, il risparmio potenziale per gli esportatori europei supera i 4 miliardi di euro l’anno in dazi doganali. L’accordo semplifica anche le procedure doganali, apre l’accesso agli appalti pubblici nei Paesi del Mercosur e rafforza la tutela delle indicazioni geografiche europee.

Per l’agroalimentare europeo, Bruxelles insiste sui vantaggi offensivi dell’accordo. Il Mercosur ridurrà o eliminerà dazi su vino, alcolici, olio d’oliva, cioccolato, biscotti, formaggi e altri prodotti trasformati. Le tariffe su vino e liquori, che potevano arrivare fino al 35 per cento, su cioccolato e dolciumi, fino al 20 per cento, e sull’olio d’oliva, attorno al 10 per cento, verranno abbattute progressivamente. Per i formaggi è prevista una quota tariffaria dedicata, mentre le indicazioni geografiche europee — circa 350-357 denominazioni, secondo le diverse schede informative — riceveranno protezione nei mercati sudamericani. Per l’Italia questo punto riguarda prodotti simbolici come prosciutti, formaggi, vini e specialità territoriali, che potranno beneficiare di una maggiore protezione contro imitazioni e usi impropri dei nomi. Il capitolo più controverso riguarda invece l’accesso dei prodotti agricoli del Mercosur al mercato europeo. L’Ue non liberalizza integralmente le merci più sensibili, ma introduce quote tariffarie a dazio ridotto o nullo. Per la carne bovina è prevista una quota di 99 mila tonnellate all’anno con dazio del 7,5 per cento, divisa tra carne fresca o refrigerata e carne congelata. Per il pollame la quota arriva a 180 mila tonnellate; per lo zucchero a circa 180-190 mila tonnellate, secondo le diverse ricostruzioni tecniche; per l’etanolo a 650 mila tonnellate. Sono previste anche quote o monitoraggi rafforzati per riso, miele, mais, mais dolce e carne suina. La Commissione sostiene che queste quantità restano limitate rispetto alla produzione europea complessiva, ma per molti produttori agricoli il punto critico non è soltanto il volume: è la differenza nei costi di produzione, negli standard sanitari, ambientali e nel prezzo finale.

Per rispondere alle obiezioni dei Paesi agricoli, il pacchetto prevede strumenti di salvaguardia. Il Consiglio dell’Ue ha indicato la possibilità di applicare misure bilaterali in caso di aumento improvviso delle importazioni o calo dei prezzi capace di danneggiare i produttori europei. Le merci soggette a quote tariffarie saranno sottoposte a monitoraggio rafforzato. L’Italia ha spinto fino all’ultimo per un meccanismo più rigido, chiedendo che la soglia di attivazione delle misure di sospensione per alcune importazioni agricole venisse abbassata dall’8 al 5 per cento. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha legato la posizione italiana alla reciprocità degli standard e alla tutela delle filiere nazionali. La posizione italiana è stata il vero ago della bilancia europeo. Roma è partita da una linea prudente: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva giudicato prematura la firma senza garanzie aggiuntive per il settore agricolo, mentre Francia, Polonia, Austria e Ungheria cercavano di consolidare un fronte contrario. La svolta è arrivata con il rafforzamento delle misure di salvaguardia, dei controlli e degli strumenti di sostegno agli agricoltori. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha poi rivendicato l’accordo come una scelta strategica per l’Italia e per l’Europa, sottolineando le opportunità per export, industria, agroalimentare di qualità e presenza economica italiana in America Latina. La linea finale di Roma può essere sintetizzata così: sì all’accordo, ma con sorveglianza stretta su agricoltura, sicurezza alimentare e reciprocità.

La Francia resta il principale oppositore politico dell’intesa. Parigi teme l’impatto su allevatori, produttori di pollame, barbabietola, zucchero ed etanolo, e contesta la mancanza di una piena equivalenza fra standard europei e sudamericani. Il governo francese ha chiesto controlli più severi sulle importazioni, clausole ambientali più vincolanti e garanzie sulla deforestazione. Le proteste agricole hanno rafforzato la pressione interna sull’Eliseo: per molti produttori francesi l’accordo apre il mercato europeo a merci ottenute con regole meno costose e meno restrittive. Al tempo stesso, in Francia esistono settori favorevoli, in particolare vino, distillati e lattiero-caseario, interessati all’abbattimento dei dazi sudamericani. Germania e Spagna guidano invece il fronte dei favorevoli. Berlino considera l’accordo essenziale per l’industria esportatrice, in particolare automotive, componentistica, chimica e macchinari. Per la Germania, il patto serve anche a riaffermare la credibilità commerciale dell’Ue in una fase in cui Washington torna a usare i dazi come strumento politico e Pechino rafforza la propria presenza economica in America Latina. Madrid sostiene l’intesa con una motivazione economica e geopolitica: la Spagna vede nel legame con il Mercosur un’estensione naturale della propria proiezione latinoamericana e uno strumento per consolidare la presenza europea in un’area dove la Cina ha già conquistato spazio commerciale, infrastrutturale e finanziario. La Polonia ha scelto una linea di scontro. Varsavia sostiene che l’accordo minacci gli agricoltori, la sicurezza alimentare e gli interessi del mercato interno, e ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea. La posizione polacca si salda con le preoccupazioni di altri Paesi dell’Europa centrale e orientale, dove agricoltura e allevamento hanno un peso politico rilevante e dove la concorrenza di carne, zucchero e pollame sudamericani viene percepita come una minaccia diretta. Austria e Ungheria si collocano nello stesso campo critico, mentre l’Irlanda guarda soprattutto al rischio per il comparto bovino, uno dei più esposti all’arrivo di carne sudamericana a prezzo competitivo.

agenziaNova.com