27 e 28 a Roma: Wine Show

Roma per due giorni, capitale dei vitigni di antica coltivazione: non solo oggetto di ricerca accademica, ma anche rarità di valenza economica; nomi spesso unici ed improbabili: Erbaluce, Pisciarello, Catarratto, Gagliopposi sono questi alcuni dei vitigni italici di antica coltivazione detti anche autoctoni.
Protagonisti anch'essi al Wine Show, in scena a Roma alla Città del Gusto del Gambero Rosso; conosciuti e catalogati sono 350, ma secondo le stime ne esisterebbero oltre 1.000 (il dato, però non è certo perché può comprendere i casi di omonimia o sinonimia) e costituiscono uno straordinario patrimonio ampelografico di grande ricchezza genetica, che impone di essere conservato e conosciuto al meglio. Ma i cosiddetti vitigni autoctoni non rappresentano soltanto un enorme bacino ampelologico di biodiversità da studiare e proteggere, ma sono anche il principale elemento di distinzione della nostra viticoltura ed enologia. Un vero e proprio vantaggio competitivo, che tutto il mondo ci invidia, specie in un momento in cui il mercato mostra i primi, ma evidenti, segni di stanchezza rispetto ad una omologazione organolettica dei vini, diventata quasi imbarazzante. Detto questo, però, possiamo ritenere che i vitigni di antica coltivazione siano tutti destinati a diventare i nuovi protagonisti del mercato, garantendo valore aggiunto ai loro produttori e ad interi territori?
E' questo il "leit motiv" che accompagnerà la megadegustazione romana (aperta al publlico dalle ore 15 alle 21) delle oltre 500 etichette prodotte da più di 150 aziende di qualità, il nuovo evento organizzato da Promotor International e passerella finale del Salone del Vino di Torino. Lo stato di "salute" attuale dei vitigni di antica coltivazione vede uno "zoccolo duro" di circa 10-20 vitigni, ai quali alcuni celeberrimi territori devono il loro successo, proprio per il fatto di essere terre di grandi autoctoni.
Sono ormai completamente affermati, tanto da interessare anche le viticolture del Nuovo Mondo, e producono vini in grado di sfidare con successo la concorrenza internazionale: Sangiovese, Sagrantino, Nebbiolo, Barbera, Montepulciano d¹Abruzzo, Aglianico, Nero d¹Avola, solo per fare qualche nome. Poi ne esistono tra i 100 e i 200 che hanno ottime potenzialità, ma non ancora la forza di imporre un¹identità propria. Fra quelli più in crescita possiamo ricordare, il Vermentino, il Verdicchio o il Fiano, vero e proprio ³Viogner italiano², ma anche la Falanghina e il Greco. Leggermente al di sotto, troviamo vitigni di antica coltivazione impiegati come complementari, anche se in alcuni casi sono dei veri e propri "gregari di lusso": Colorino e Canaiolo, sono forse gli esempi più noti, ma si pensi anche al Perricone o al Nerello Mascarese. Infine, i vitigni "reliquia": da una parte quelli di recente recupero e di cui sappiamo poco perfino sulle loro prospettive di coltivazione, e dall¹altra quelli con una diffusione estrememamente localizzata, come ad esempio il Pignolo o il Timorasso, e che rappresentano spesso soltanto delle "curiosità" aziendali dall'esiguo numero di bottiglie. Se così stanno le cose, un imprenditore vitivinicolo può davvero puntare tutto su un vitigno autoctono senza correre dei rischi? Certamente sì. Ma a patto di dover mettere a bilancio, oltre ad una cospicua somma da investire nella sperimentazione di tecniche di coltivazione e di vinificazione ad hoc, anche risorse finanziare adeguate ad un vero e proprio studio di filiera e a campagne promozionali in grado di sostenere quei vini sul mercato.
Non basta, dunque, dire sì indistintamente agli autoctoni, ma va verificato se questa scelta può incontrare un consumatore.
Ecco che allora il valore del Wine Show diventa evidente: non solo misurare la capacità di penetrazione sul mercato di questi vini, ma anche il livello di gradimento del pubblico. Sempre di più il consumatore deve essere al centro di queste iniziative, per consentire alle aziende di adottare un linguaggio che comunichi con chiarezza crecente il prodotto. Oggi, la scelta di promuovere vini autoctoni va spiegata comunicando sempre di più il valore aggiunto che una bottiglia di vino porta con sé in termini di territorio, cultura del luogo, storia. I vini autoctoni non devono essere solo tutelati, ma devono seguire politiche di marketing che favoriscano un nuovo rapporto con questo consumatore per vincere le sfide del mercato con i vini internazionali.

Per saperne di più: www.salonedelvino.com

Pietro Tibaldeschi